MILANO - Ti aspetti la solita macchia nera, gli irriducibili in tenuta d’ordinanza armati di fotocamera, penna e santa pazienza. Ma, a solo mezz’ora dall’inizio della conferenza stampa milanese dei Depeche Mode, nello spazio antistante l’albergo a due passi dal Duomo ti ritrovi inaspettatamente nella calma piu’ assoluta, rotta solo dalle chiacchiere tra l’inappuntabile addetto all’accoglienza ed una autista di passaggio. Sara’ la copertura imposta dalla Virgin, sara’ il forte richiamo televisivo nel dopo-pranzo, ma la giornata che la band dedichera’ ai media sembra aver inizio in una dimensione insolita, se non irreale. C’è troppo silenzio, e quasi stento a crederci.
    L’atmosfera elegante ed ovattata dell’albergo, poi, esalta anche l’effetto. I giornalisti (nemmeno moltissimi, in verità) affluiscono pigramente ed alla spicciolata, quasi non curandosi nemmeno del ricco buffet che ben predispone all’incontro con la band. E cosi’, mentre Martin e Dave filano dritti ed indisturbati al “light make-up” che precede la conferenza, c’è solo la cicogna Fletcher a planare tra gli ospiti per una tazza di caffe’ ed un abbozzo di public-relation. Alla fine, il più arzillo sembra proprio Jonathan Kessler, che, fresco come una rosa, zompetta vispo fra i membri della band e gli attentissimi addetti della Virgin. I ritmi di oggi gli impongono un certo rigore, ed alle undici e trenta del mattino ha già l’occhio leggermente spiritato. Il barone ha fretta.
    All’improvviso, non si sa come nè perchè, la sala destinata alla conferenza stampa diventa gremita. Non si fa in tempo a distinguere gli imbucati, che dal fondo appaiono con passo svelto ed in fila indiana Dave, Fletch e Martin. L’orologio segna già un quarto d’ora di ritardo sulla tabella di marcia, e gli impegni Rai incombono come una scure.
    Fletcher si impadronisce del microfono e passa subito al dunque:
Siamo qui per promuovere il nuovo album per annunciare il concerto del 18 febbraio a Milano…passiamo alle domande.

Vi siete concentrati su progetti singoli…quale nuova energia e quali stimoli avete avuto per questo nuovo album?

(Dave) E’ andata bene. Ci siamo ritrovati alla fine dello scorso anno per ascoltare tra noi i pezzi che avevamo scritto e abbiamo deciso di prendere Hillier come produttore. E’ stata una scelta molto buona in termini di entusiasmo, ed in 2 settimane abbiamo capito che eravamo sulla strada giusta.

Dave, hai dichiarato che non avresti mai scommesso che sareste rimasti ancora insieme dopo tutto questo tempo. Cosa vi ha tenuto insieme , soprattutto negli anni 90, piuttosto duri per voi?

(Fletch) Abbiamo avuto una grande carriera in 25 anni e non la cambieremmo con nulla. Abbiamo avuto una parentesi nella quale le cose sembravano non andar bene, ma per il resto è andato tutto a meraviglia. Dopo 25 anni certo siamo piu’ vecchi…ma ci avviamo diventare i nuovi Rolling Stones (ride)

….si, ma cosa vi ha tenuti insieme?

(Mart) Credo che sia mancato il fattore responsabile dello scioglimento delle band: dover fare i conti col fallimento, che non noi abbiamo mai avuto..i nostri dischi hanno sempre venduto…il non dover fare i conti con le vendite in calo sicuramente alla fine ci ha tenuto insieme.

Nella vostra carriera vi è molta interiorità. La cosa viene dall’osservazione di ciò che avete incontro o c’è dell’altro?

(Mart) Ho sempre avuto la tendenza scrivere cose che riguardano le relazioni tra persone, o esperienze che mi toccano da vicino…mi riesce meglio

Nella vostra carriera avete dato sempre molta importanza all’aspetto visivo, specialmente con Corbjin. Come si svolgerà questo tour? Qual è il vostro regista preferito?

(Dave) Siamo stati fortunati diversi anni fa a cominciare a lavorare con Corbijn. Lui ha capito l’importanza dell’aspetto visivo della musica, e io credo che la nostra musica abbiaia un aspetto visivo ben sviluppato. Lui ha lavorato per le foto promozionali, le copertine, per l’artwork dell’album. Attualmente è molto occupato per il lavoro dello stage del tour…

Avete detto che la vostra musica ha una forte componente visiva. A quale film paragonereste il nuovo album?

(Fletch) “Una vergine quarantenne” (ride)

Le canzoni del disco hanno molta energia. C’è una tematica che ha condizionato cio’?

(Dave) E’ difficile spiegare l’alchimia che si crea in studio. In questo caso c’è stato molto affiatamento e la sensazione di fare una musica nuova, fresca…e questo lo dobbiamo soprattutto a Ben Hillier e alla sua squadra di produzione. Poi c’è da dire che siamo entrati in studio con delle canzoni finite, e non con idee solo abbozzate…e quindi abbiamo avuto la sensazione di fare un nuovo tipo di musica pur usando la strumentazione consueta fatta di synth analogici, strumenti acustici e campionamenti.

Voi siete considerati i maestri dell’elettronica. Qual è il vostro rapporto con le nuove tecnologie?

(Mart) Rimanemmo molto sorpresi quando, il primo giorno di studio, Ben Hillier si presentò con una quantità infinita di synth analogici. Questo ha indirizzato il nostro lavoro, anche se siamo a conoscenza delle ultime novità e usiamo molto i sintetizzatori virtuali, come il Reactor, ad esempio.

Parliamo di John the Revelator e Macrovision. Che influenza ha avuto il pezzo classico blues John the Revelator sul vostro brano?

(Mart) Non siamo stati ispirati da quel brano. Abbiamo preso un solo verso di quella canzone, ma è stata scritta di nuovo, sia nelle parole che nella musica. Macrovision era nata come Macro…poi non so cosa sia successo…(ride) E’ una canzone molto bizzarra. Funziona e non saprei spiegare come mai. E’ cominciata come una idea, poi nello studio ha preso via via forma in maniera graduale.

Da 25 anni siete insieme. Quando vi apprestate a scrivere un nuovo album od andate in tour, lo fate con lo stesso entusiasmo e divertimento di 25 anni fa, o questo lasso di tempo ha fatto in modo che tutto ciò sia diventato un vero e proprio lavoro, se non un peso per voi?

(Dave vorrebe rispondere, ma Fletch orienta il microfono verso di se’) In maniera sorprendente, questo album è venuto fuori in maniera naturale e con il massimo del divertimento. Credo che l’atmosfera nella band sia il migliore da molto, molto tempo a questa parte. Non vedo il mio lavoro al momento come una sorta di dovere…

Diteci qualcosa sul titolo….

(Dave) Avevamo numerosi buoni titoli…ci è piaciuta anche questa sorta di ambiguità, il doppio senso tra giocare a fare l’angelo e recitare il ruolo dell’angelo… poi abbiano chiesto agli amici, a Daniel…ad Anton è piaciuto molto perché il titolo si prestava a ciò che poteva realizzare visivamente…il titolo in se è un verso preso dall’ultimo brano, The Darkest Star

Dave, hai avuto difficoltà a cantare sulle basi di questo album? Sembra abbastanza impegnativo per te, in alcuni passaggi…

(Dave) E’ vero, non è stato facile, per me è stata una sorta di sfida e le sfide mi divertono. Il mio sistema è crearmi un mondo di immagini, un mondo visivo in cui calarmi e poi adattare le mie interpretazioni a quelle immagini.
(Fletch)…per quanto possa sembrare cupo, nelle nostre canzoni c’è sempre qualche elemento di ottimismo e di speranza, comunque.

E’ questo l’album che i fans dei Depeche Mode aspettavano?

(Fletch) Noi non facciamo dischi per i fans, noi facciamo dischi per noi stessi. Cio’ premesso, credo che questo sia un album che ai fans piacerà molto.

Dave, come ti sei sentito a comporre musica per i Depeche Mode, rispetto a quando la hai composta per te stesso?

(Dave) Io scrivo canzoni per me e quando le scrivo non penso a chi sono destinate. Anche Daniel Miller mi ha chiesto se ci fosse una distinzione in origine quando gli ho fatto ascoltare i demos, ma io scrivo canzoni e basta, mi piace il processo di composizione, ed è una cosa che ho continuato a fare anche dopo il termine del mio tour. Ma quando entri nello studio, una canzone prende un altro genere di vita, poiché altre persone vi intervengono. Una atmosfera può prendere strade differenti a seconda di chi la tratta. Io e Martin nella composizione dei brani partiamo da motivi introspettivi e dai nostri disagi, che non pregiudicano mai la nostra voglia di vivere.

Come vi ponete nei confronti dei downloads legali ed illegali su Internet?

(Fletch) Questa è una situazione in via di evoluzione…cambia ogni mese, quasi. Il mondo delle case discografiche ha commesso il grosso errore di non considerare seriamente questo fenomeno per dieci anni, ma ora sembra che le cose possano venire regolate meglio. Noi non possiamo che adattarci. Di certo c’è da dire che in questo momento c’è una fortissima domanda di musica e la cosa è positiva in se.

Ma siete contro il file sharing…

(Dave) Quello illegale, certo…
(Fletch) …ma la situazione è diversa fra le nuove bands e le vecchie…è difficile da dire…
(Dave)…è piu’ difficile per noi, ma per una band giovane è pur sempre un modo per farsi conoscere. Anche io da giovane registravo le trasmissioni di John Peel, ma la cosa era tollerabile, perché era un fenomeno individuale. Il file sharing, per come è strutturato ora, è una cosa che danneggia sia gli artisti che tutta la produzione discografica. Resta la cosa straordinaria di poter trovare facilmente la musica che vogliamo, e non quella limitata al nostro negozio di dischi…

    La conferenza stampa termina qui, con l’intervento deciso dei ragazzi della Virgin che ricordano l’impegno incombente alla Rai. Una apparizione che verrà ricordata per l’entusiasmo dei fans riusciti ad infilarsi tra il pubblico, ma anche per un eccesso di fretta in fase di presentazione, esecuzione e commento al brano eseguito. Un amplesso veloce, quello con il grande pubblico italiano, e forse inopportuno, vista la portata dell’avvenimento in palese contrasto con i tempi ed il contesto nel quale si è sviluppato. Ha destato un certo effetto osservare una esibizione fra bolsi ed attempati spettatori che, con sciarpa da ultra' al collo e sorriso emiparetico stampato sulle labbra, scandivano con un robotico handclapping le battute del nuovo singolo. Ha poco convinto l’edit del brano, forse troppo contratto, ed il post-esibizione, nel quale una trafelata Simona Ventura ha cercato di liquidare la band con qualche bacio ed il suo inglese a prova di gobbo, mentre Dave addirittura rifiutava l’auricolare per le domandine di rito. Si supporra’ poi che anche dal versante Depeche si è preferito non dilungarsi troppo in un contesto poco consono, ma ciò che rimane è una desolante sensazione di abbraccio mancato, di occasione perduta. Che, dopo alcuni anni di assenza dall’Italia, amareggia ancora di piu'.
    Del resto, c’era poco tempo da perdere. Dopo il ritorno in albergo per i “face to face” con le principali stazioni televisive, la band è ripartita alle 17.30  per una permanenza di quattro giorni in terra francese, due dei quali, si sussurra, saranno impiegati per le riprese del secondo video diretto da Uwe Flade: The pain I used to.
    Ma stavolta, il dolore è anche nostro.

                                                                                                                                     (Fab. Cas.)
 

Martin alla conferenza stampa





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